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Brexit, la preoccupazione dei costruttori europei

Brexit, la preoccupazione dei costruttori europei. Dal nuovo incontro ieri sera a Bruxelles tra il ministro britannico per la Brexit Dominic Raab e il capo negoziatore della Ue Michel Barnier e i 27 ambasciatori europei presso la Commissione, ancora un ennesimo nulla di fatto. “Abbiamo incontrato Raab e il gruppo dei negoziatori britannici. Nonostante gli sforzi intensi, alcune questioni chiave restano aperte” ha detto Barnier, tra cui, il confine con l’Irlanda. La novità potrebbe esssere l’apertura di Londra e dei 27 a un’estensione di un anno del periodo di transizione (attualmente previsto fino a dicembre 2020), al fine di garantire più tempo per concordare il nuovo rapporto futuro tra il Regno Unito e l’Unione Europea (leggi qui le preoccupazioni di Jaguar Land Rove).

Brexit, la preoccupazione dei costruttori europei, che si sono incontrati con i fornitori del settore per fare pressioni sui negoziatori

Brexit, la preoccupazione dei costruttori europei, ha fatto sì che questi si siano incontrati con i fornitori europei riuniti nella Clepa (l’Associazione Europea dei Fornitori Automotive che rappresenta oltre 3mila aziende fornitrici di componenti per tutta la filiera) per lanciare un forte monito sull’impatto potenzialmente devastante di un addio della Gran Bretagna all’Europa senza regole. Gli stabilimenti di produzione di automobili, siano essi nei 27 dell’UE o nel Regno Unito, ricevono e utilizzano ogni giorno milioni di pezzi per l’assemblaggio dei veicoli, con un iter ormai oliato che non prevede ritardi o ostacoli, pena fermi degli impianti di produzione. Ogni giorno infatti ben 1.100 camion attraversano la Manica dall’Ue verso il Regno Unito per consegnare parti di auto e motori negli stabilimenti Uk, un flusso che la Brexit, nelle intenzioni dei costruttori e dei fornitori “non dovranno essere interrotti o ritardati”.

“I nostri membri stanno già facendo piani di emergenza e sono alla ricerca di magazzini per lo stoccaggio di parti”, ha dichiarato Erik Jonnaert, segretario generale dell’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA), che rappresenta i 15 maggiori produttori europei di automobili, furgoni, camion e autobus. “Tuttavia, lo spazio necessario per accumulare pezzi per un lungo periodo di tempo sarebbe assolutamente enorme  e costoso. Alcuni dei nostri membri stanno anche pianificando un fermo temporaneo della produzione post-Brexit. Ma la dura realtà è che nessun piano di emergenza può realisticamente coprire tutte le lacune lasciate dal ritiro del Regno Unito dall’UE”.

Secondo le norme dell’OMC – l’Organizzazione mondiale del commercio, una tariffa del 10% sarebbe applicata a tutte le automobili scambiate tra l’UE e il Regno Unito. “Non possiamo dimenticare che i margini di profitto nella nostra industria sono significativamente inferiori al 10%. Questi costi aggiuntivi dovranno quindi esser trasferiti al consumatore o dovranno essere assorbiti dai produttori. Il tempo stringe, ma non è ancora troppo tardi. Per questo motivo esortiamo i team negoziali di entrambe le parti a raddoppiare gli sforzi per concludere con successo un accordo di ritiro” ha precisato Jonnaert.

“Occorre fare tutto il possibile per garantire in futuro uno scambio di beni, servizi e persone senza ostacoli. La componentistica automobilistica spesso attraversa le frontiere più volte prima che il prodotto finale raggiunga il cliente, e questo include i passaggi della Manica. Qualsiasi cambiamento nel livello di integrazione della catena del valore si ripercuoterà negativamente sulla competitività delle singole aziende e del settore nel suo complesso” ha aggiunto Sigrid de Vries, segretario generale di Clepa, sottolineando come: “le imprese più piccole, in particolare, che costituiscono importanti elementi costitutivi della catena di approvvigionamento, non dispongono di sistemi interni, piattaforme informatiche o personale in grado di gestire le dichiarazioni doganali, la classificazione tariffaria, la valutazione in dogana o i calcoli basati sull’origine dei contenuti. Le PMI saranno costrette ad affrontare almeno alcune di queste questioni se vogliono continuare a commerciare e servire i loro clienti, affrontando ulteriori rischi finanziari e logistici”.

 

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