E se le miglia fossero un fringe benefit?

Diamo volentieri spazio alla provocazione di un travel manager messo a dura prova dai frequent flyer program, i programmi lanciati dalle compagnie aeree per fidelizzare i viaggiatori abituali. Talvolta il nostro responsabile viaggi, che desidera rimanere anonimo, si trova a “combattere” con dipendenti che, al fine di accumulare un maggior numero di miglia aeree (i punti premio che consentono di riscuotere voli gratuiti, pernottamenti alberghieri e altri premi messi a disposizione dagli Ffp), eludono la travel policy, usufruendo delle tariffe di vettori differenti da quelli preferenziali. Una pratica che, come è facile immaginare, può incidere in maniera significativa sui volumi di spesa dell’azienda.

Come fare allora per arginare questo malcostume? Come disincentivare l’utilizzo degli Ffp da parte del personale? Per rispondere a questo interrogativo il nostro travel manager ha formulato un’ipotesi che, se si concretizzasse, susciterebbe un coro di proteste nel “popolo” dei business traveller. E se i voli premio venissero trattati alla stregua di fringe benefit concessi ai dipendenti?

«Le miglia aeree sono virtuali e, dunque, non fiscalmente rilevanti – sottolinea il responsabile viaggi -. Tuttavia, il premio riscosso dal dipendente – e ottenuto grazie ai voli acquistati dall’azienda – ha un valore commerciale. Potrebbe dunque essere considerato una forma di retribuzione in natura ed essere tassato in base alla normativa vigente. Naturalmente, è difficile che le aziende adottino di propria spontanea volontà un provvedimento così impopolare presso il personale viaggiante. Ma potrebbero essere indotte a farlo da un evento imprevisto: ad esempio, la richiesta a un vettore da parte di una società di revisione dei conti di segnare i voli premio come debiti in bilancio».

Che cos’è un fringe benefit

Prima di procedere con questo gioco semi-serio, conviene fare un passo indietro e chiarire che cos’è esattamente un fringe benefit. Si tratta di un bene (o di un servizio) concesso dal datore di lavoro al dipendente a prescindere dall’attività professionale e anche ad uso privato. Rappresenta, quindi, una retribuzione in natura, che può essere revocata dall’azienda solo con il consenso del lavoratore e a patto di provvedere a integrare la busta paga con il corrispettivo del bene (o servizio) in denaro. Rientra in questa normativa, ovviamente, anche il caso dei beni ad uso promiscuo (tipicamente le vettura aziendali), che fanno parte della categoria dei fringe benefit solo se se il dipendente non paga all’azienda una cifra per l’utilizzo privato dei beni. Esiste, infine, il caso dei beni concessi per un utilizzo esclusivamente lavorativo, che non concorrono a formare la retribuzione.

«Alla fine dell’anno – sottolinea il travel manager – l’azienda potrebbe inviare al dipendente una comunicazione scritta rammentandogli che, qualora abbia riscosso un volo premio, sarà tenuto a comunicare al datore di lavoro l’importo corrispondente affinché si possa procedere al calcolo delle trattenute».

Il parere del fiscalista

Ma questa ipotesi regge sulla base dell’attuale normativa fiscale? Abbiamo cercato di verificalo con l’aiuto di Alessandra Di Nasso, dottore commercialista e revisore contabile presso lo Studio Corno di Lissone, in provincia di Milano. «I voli premio concessi ai dipendenti possono sicuramente rientrare tra i compensi in natura e come tali essere considerati parte integrante della retribuzione» conferma Di Nasso -. Si tratta, infatti, di premi elargiti a fronte di acquisti sostenuti in precedenza dall’azienda. Se l’azienda decidesse di utilizzarli direttamente per sé anziché concederne l’utilizzo al dipendente, sarebbe come se ottenesse uno sconto da parte delle compagnie aeree: il minor costo determinerebbe una maggiore materia imponibile e, dunque, un incremento dell’onere fiscale. Se invece l’azienda decidesse di girare il premio al dipendente, sarebbe quest’ultimo a beneficiarne, dunque la tassazione ricadrebbe su di lui».

Ci rimane solo un dubbio. Siamo sicuri che considerare i voli premio come fringe benefit dissuaderebbe i dipendenti dall’adozione dei frequent flyer program? O piuttosto i business traveller, costretti a pagare le tasse sui famigerati voli premio, sarebbero incentivati a scegliere ancora più liberamente il vettore del quale servirsi? Non è facile prevederlo. Per il momento si tratta solo di congetture. Ma in futuro, chissà….

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