In Italia, il 2025 ha registrato un aumento delle inchieste per corruzione, quasi il doppio rispetto al 2024. La Campania guida la classifica, con 219 indagati, seguita da Calabria e Puglia. Al Nord spiccano Liguria e Piemonte. Se da un lato il grande pubblico può pensare che il fenomeno corruzione, sia legato a grandi opere e servizi pubblici, dall’altro occorre pensare anche alle aziende, se si legge bene l’evoluzione di queso reato e del suo inquadramento normativo, molto esteso oggi in quanto a casistiche.
I giornali a volte parlano di “Italia sotto mazzetta” pensando al mondo istituzionale e politico, che fa notizia, ma nuove direttive UE anticorruzione e recenti norme nazionali, dettagliano reati pubblici e privati in modo che la rete a caccia di corruzione sia di maglia molto fine.
Anche troppo secondo alcuni, capace di imbrigliare formalmente chi nulla di grave ha fatto, se non fruire di alcuni biccoli benefici offerti da un fornitore, in qualche occasione. Ma la linea di demarcazione è anche essa fine.
Nuove regole e nuovi casi di corruzione in azienda
La legge Severino del 2012 ha rivoluzionato la normativa anticorruzione in Italia, introducendo misure preventive come l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), i piani triennali contro la corruzione nelle PA, rotazione dei dirigenti e tutela dei whistleblower.
La legge 6 novembre 2012 n. 190 ha anche inasprito le pene e creato il reato di “induzione indebita a dare o promettere utilità” (art. 319-quater c.p., 3-8 anni) e “traffico di influenze illecite” (art. 346-bis c.p., 1-3 anni). Quello che rileva maggiormente però, in azienda, è la corruzione per funzione, impropria.
Corruzione per esercizio di funzione
L’art. 318 c.p., riformato nel 2012, punisce con reclusione da 1 a 5 anni il pubblico ufficiale che riceve denaro o utilità per l’esercizio delle funzioni o poteri, anche senza deviazione dai doveri (corruzione “impropria”).
Si configura con accettazione di utilità, per compiere un atto dovuto, purché legato alla funzione. Di esempi ce ne sono molti, a partire dal controllore che omette multa in cambio di favori o imprenditori che pagano sindaci per favori amministrativi su appalti, ma si può anche finire nel mondo aziendale. La Cassazione chiarisce che basta la mera accettazione per configurare il reato, senza bisogno di un atto specifico contrario.
Settore privato e corruzione, reclusione e multe
La corruzione nel settore privato, disciplinata dall’art. 2635 c.c. dal 2012, punisce chi, abusando della propria qualità di amministratore, direttore, dipendente o pubblico ausiliario di società, enti o imprese, riceve denaro o utilità, per omettere o ritardare un atto del suo ufficio, o per compiere un atto contrario ai doveri.
Si configura a livello di pena, con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e una multa non inferiore a 516 euro. Le pene aumentano se l’utilità supera 1.000 euro (da 1 a 4 anni). Da rilevare, che la circostanza deve riguardare società con bilancio superiore a 10 milioni di euro, enti pubblici economici o imprese soggette a fallimento.
Non richiede un danno effettivo all’ente, bastando l’abuso di posizione. La corruzione “propria” implica un atto contrario ai doveri, mentre l’accettazione per atti dovuti è esclusa, a differenza del pubblico.
Esempi e casi di corruzione in azienda, basta la promessa
Tipici casi includono manager che accettano tangenti per appalti truccati, omissioni di controlli o favori a fornitori. Ad esempio, un direttore acquisti che ritarda pagamenti in cambio di regali personali. Nel 2025, inchieste su corruzione privata italiana sono emerse in appalti sanitari e dei rifiuti, spesso intrecciate con quella pubblica, ma potenzialmente, a ben guardare, anche molti uffici di big companies e manager “coccolati” dai fornitori, dovrebbero prestare attenzione ad accettare certi benfici e agire in modo troppo libertino. La Cassazione poi, ha elevato il livello chiarendo che la mera promessa di utilità configura il reato, anche senza esecuzione.












