Le tensioni in Medio Oriente stanno avendo effetti che vanno ben oltre il piano militare. La chiusura temporanea di alcuni spazi aerei, la deviazione delle rotte commerciali e l’incertezza sulla sicurezza regionale stanno già incidendo sull’operatività delle aziende internazionali e sulla gestione del personale all’estero.
In questo contesto, la gestione del rischio per imprese e organizzazioni è diventata una variabile centrale: dalle evacuazioni del personale alla ridefinizione dei piani di viaggio, fino alla revisione dei protocolli di sicurezza.
Ne parliamo con Daniele Grassi, Branch Manager Italy di International SOS, società globale specializzata in assistenza medica e sicurezza per le organizzazioni che operano a livello internazionale. Dall’inizio della crisi, l’azienda ha gestito migliaia di richieste di supporto e numerose operazioni di evacuazione per personale aziendale presente nella regione.
Il recente missile balistico intercettato sopra la Turchia riporta al centro il tema dell’Articolo 5 della NATO. Quanto questo episodio cambia la valutazione del rischio nella regione per aziende e organizzazioni internazionali?
Più che la valutazione cambia la percezione del rischio. Nel contesto del conflitto non si può escludere un’escalation anche grave, ma al momento la probabilità resta relativamente bassa. La Turchia ha tradizionalmente buoni rapporti diplomatici con l’Iran e ha mantenuto una postura di contenimento.
Dopo il primo missile Ankara ha chiarito che l’attacco non era diretto al proprio territorio ma verso Cipro. Dopo il secondo episodio c’è stata una lieve escalation diplomatica, con il richiamo dell’ambasciatore iraniano, ma la gestione dell’incidente è rimasta sul piano diplomatico. È quindi difficile immaginare, almeno per ora, un coinvolgimento diretto della NATO tramite l’Articolo 5.
È più probabile invece un coinvolgimento di singoli paesi europei, come dimostrano gli attacchi contro obiettivi collegati al Regno Unito a Cipro. L’obiettivo dell’Iran è soprattutto aumentare i costi del conflitto, coinvolgendo il maggior numero possibile di paesi e generando pressioni diplomatiche verso Stati Uniti e Israele.
È significativo, ad esempio, che gli attacchi contro gli Emirati Arabi siano stati più numerosi di quelli contro Israele. Paesi che hanno costruito la propria reputazione sulla stabilità subiscono un impatto mediatico molto più forte anche per incidenti relativamente limitati.
Molti osservatori parlano di una fase di contenimento dopo la perdita della leadership iraniana. Quanto è fragile questo equilibrio?
Ci sono molte incertezze sulla situazione della nuova guida suprema iraniana. Nei giorni scorsi è stato diffuso un messaggio senza immagini né audio, alimentando speculazioni su un possibile attacco o su condizioni di salute critiche.
Se dovesse verificarsi un nuovo attacco contro la leadership iraniana, è probabile una reazione almeno simbolicamente molto forte. L’Iran deve dimostrare sia all’esterno sia al proprio interno di essere in grado di reagire agli Stati Uniti e a Israele.
È vero che nelle ultime settimane le capacità militari iraniane sono state in parte degradate. Tuttavia Teheran conserva sia una capacità residua di attacchi convenzionali sia, soprattutto, una forte capacità di operazioni asimmetriche, come attacchi con droni a basso costo contro obiettivi simbolici anche fuori dalla regione.
Inoltre negli anni l’Iran ha costruito una rete di milizie e cellule dormienti che potrebbero essere attivate in diversi contesti. È uno scenario che non si può escludere e che potrebbe aprire nuovi livelli di escalation.
La crisi ha colpito anche il traffico aereo nel Golfo. Quanto questo sta incidendo sulle operazioni delle aziende?
L’impatto è stato soprattutto nei primi giorni della crisi, quando diversi paesi hanno chiuso lo spazio aereo e oltre il 90% dei voli è stato cancellato. Successivamente alcune restrizioni sono state allentate e molti paesi hanno riaperto gradualmente le rotte.
Oggi lo spazio aereo è tornato operativo in diversi paesi, tra cui Emirati Arabi, Arabia Saudita e Giordania. Nei primi giorni però abbiamo supportato numerose evacuazioni, spesso con trasferimenti via terra verso l’Oman e poi voli charter verso hub regionali.
Se le restrizioni torneranno dipenderà dall’evoluzione del conflitto. In caso di nuovi attacchi di alto profilo alcuni paesi potrebbero reintrodurre limitazioni.
Inoltre l’aumento del prezzo del petrolio avrà inevitabilmente un impatto sui costi dei voli. Molte aziende stanno già preferendo rotte più lunghe che evitino hub come Dubai, Abu Dhabi o Doha, con tempi di viaggio più lunghi e maggiore complessità logistica.
Avete osservato variazioni nei costi dei voli e nelle frequenze?
È probabile che i prezzi continuino a salire soprattutto per effetto dell’aumento del costo del carburante. Per quanto riguarda le frequenze, invece, stiamo vedendo una graduale ripresa dei voli commerciali nella regione.
Di conseguenza sta diminuendo l’utilizzo dei voli charter, che erano stati molto impiegati nelle prime fasi della crisi per evacuazioni e trasferimenti urgenti.
Dal 28 febbraio International SOS ha gestito oltre 3200 casi e organizzato evacuazioni per più di 1000 persone. Quanto stanno diventando centrali i corridoi alternativi?
Nella prima fase della crisi molte aziende ci hanno contattato soprattutto per avere informazioni verificate e analisi di contesto. Successivamente la priorità è stata valutare eventuali evacuazioni del personale.
I primi giorni sono stati estremamente intensi, con numerose operazioni di evacuazione e trasferimenti verso hub regionali. Oggi la situazione è diversa: molti business traveller hanno già lasciato la regione.
Per gli espatriati, invece, le decisioni sono più complesse. Un’evacuazione totale significa anche indebolire la presenza commerciale in un paese e inviare un segnale di sfiducia alle autorità locali.
Per questo molte aziende stanno adottando un approccio prudente: aggiornano i piani di evacuazione e monitorano lo scenario, ma allo stesso tempo alcune stanno riprendendo gradualmente le attività, soprattutto in paesi come Arabia Saudita e Turchia.
Quali sono le prime decisioni operative che un’organizzazione dovrebbe prendere per proteggere il proprio personale?
Il primo passo è avere una chiara comprensione delle proprie capacità di gestione della crisi. Negli ultimi anni molte aziende hanno pensato che strumenti digitali e piattaforme di gestione delle trasferte fossero sufficienti.
Questa crisi ha dimostrato che non è così. È fondamentale conoscere le capacità operative reali dei propri provider sul terreno e avere procedure chiare di gestione delle emergenze.
Molte aziende hanno scoperto di non avere nemmeno informazioni aggiornate sul personale presente nella regione, come dati dei passaporti o indirizzi di residenza. Senza queste informazioni è difficile organizzare anche solo un’evacuazione.
La chiave è prepararsi prima che la crisi esploda, con processi chiari e piani di gestione del rischio.
Quando è necessario evacuare il personale e quando invece è più sicuro restare?
La decisione si basa su quella che chiamiamo equazione del rischio: se evacuare è più sicuro che restare, allora si prende in considerazione l’evacuazione.
La valutazione include molti fattori: sicurezza delle rotte, disponibilità di mezzi di trasporto, tempi ai valichi di frontiera e restrizioni legate ai visti.
Inoltre è fondamentale mantenere flessibilità operativa: anche voli charter già programmati possono essere rinviati o cancellati all’ultimo momento.
Un altro elemento spesso sottovalutato è la gestione psicologica della crisi: comunicazione chiara e leadership sono essenziali per evitare situazioni di forte stress tra il personale.
Quali indicatori osservate per capire se il conflitto può allargarsi?
Monitoriamo diversi trigger di escalation. Alcuni segnali, come la ripresa dei voli commerciali, indicano una relativa stabilizzazione.
Altri scenari invece potrebbero indicare un peggioramento: un attacco alla leadership iraniana, operazioni terrestri contro l’Iran o un coinvolgimento diretto di nuovi attori internazionali.
I nostri analisti monitorano costantemente questi fattori non tanto per fare previsioni definitive, quanto per adattare le capacità operative. Se dovessimo prevedere una forte escalation, ad esempio, dovremmo prepararci a gestire evacuazioni su larga scala e rafforzare la rete di supporto nella regione.
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