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Gli aeroporti con le attrazioni più insolite del mondo

Un aeroporto può essere ovunque e, proprio per questo, rischia di non appartenere a nessun luogo.

Gli stessi corridoi luminosi, gli stessi gate, i tabelloni delle partenze, i controlli di sicurezza, le lounge e i negozi internazionali. Cambia il Paese, ma l’esperienza del passeggero può rimanere sorprendentemente simile. Si entra, si mostra un documento, si supera un controllo, si segue la segnaletica e si aspetta. L’aeroporto sembra progettato per cancellare quasi completamente ciò che c’è fuori.

È una delle immagini più efficaci del “non luogo”, il concetto elaborato dall’antropologo francese Marc Augé nel 1992. I non luoghi sono spazi di passaggio, anonimi e impersonali, costruiti soprattutto per una funzione: aeroporti, autostrade, stazioni, centri commerciali. Luoghi nei quali il rapporto con la storia, la comunità e l’identità del territorio tende a essere molto più debole rispetto a quello che si crea nei luoghi tradizionale.

L’aeroporto è forse il non luogo per eccellenza. Una volta superati i controlli, si è soprattutto passeggeri: conta il biglietto, conta il gate, conta l’orario del volo. Il resto sembra scomparire.

Ma non tutti gli aeroporti si rassegnano a essere anonimi.

Alcuni hanno scelto di fare esattamente il contrario: riempire i terminal di elementi così particolari da renderli immediatamente riconoscibili. Cascate gigantesche, giardini tropicali, farfalle, birrifici, campi da minigolf e gigantesche opere d’arte trasformano così il tempo dell’attesa in qualcosa che assomiglia molto meno a una parentesi e molto più a un’esperienza.

Singapore Changi: quando gli aeroporti diventano una visita turistica

Se c’è un aeroporto che sembra aver dichiarato guerra all’idea del non luogo, è il Changi Airport di Singapore.

Qui il passeggero non viene semplicemente invitato ad aspettare il proprio volo. Viene circondato da una quantità di attrazioni che potrebbero tranquillamente appartenere a un centro commerciale, a un parco o a una destinazione turistica.

Il simbolo più spettacolare è il Rain Vortex, la gigantesca cascata del complesso Jewel, alta circa 40 metri e sviluppata su sette livelli. L’acqua precipita al centro della struttura circondata dalla vegetazione, creando uno degli scenari aeroportuali più riconoscibili al mondo.

Ma la vera sorpresa arriva forse quando si scopre che, dentro un aeroporto, è possibile anche entrare in un giardino popolato da farfalle.

Al Terminal 3 si trova infatti il Butterfly Garden, presentato da Changi come il primo giardino di farfalle all’interno di un aeroporto. È un ambiente tropicale nel quale vivono oltre 1.000 farfalle appartenenti a un massimo di 40 specie, con una cascata artificiale alta sei metri e spazi dedicati all’osservazione del ciclo di vita degli insetti.

Monaco di Baviera: il gate può aspettare, la birra no

Se Singapore porta la natura dentro l’aeroporto, Monaco porta addirittura la tradizione della birra.

All’aeroporto di Monaco si trova Airbräu, una vera birreria con produzione interna. L’aeroporto la presenta come il primo birrificio aeroportuale al mondo: la produzione è iniziata nel 1999 e ancora oggi la birra viene prodotta direttamente nello scalo. I grandi bollitori sono visibili nel ristorante e c’è anche un beer garden coperto.

Qui, inoltre, è possibile partecipare a visite guidate del birrificio, durante le quali viene spiegato il processo di produzione e viene proposta una degustazione.

E l’esperienza aeroportuale non finisce con la birra.

Il Visitors Park di Monaco dispone di un’area panoramica dalla quale osservare gli aerei, una collina alta 28 metri, un campo da minigolf a 18 buche, un’area giochi e un’esposizione interattiva. Sono disponibili anche tour dell’aeroporto per osservare da vicino le operazioni che normalmente restano nascoste ai passeggeri.

Doha: quando il protagonista del terminal è un orso gigante

A Doha la sorpresa arriva dall’arte.

All’interno dell’Hamad International Airport si trova Untitled (Lamp/Bear), la monumentale opera dell’artista svizzero Urs Fischer. Un enorme orso giallo canarino in bronzo, alto circa sette metri, è seduto sotto una lampada.

Qatar Museums descrive l’opera come un punto di riferimento della città e sottolinea proprio la sua capacità di rendere più umano uno spazio altrimenti dominato dalla funzione e dalla tecnologia.

Un gigantesco orsacchiotto in mezzo a un aeroporto internazionale non serve, naturalmente, a far funzionare meglio un terminal.
Serve a dargli una personalità.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della trasformazione degli aeroporti contemporanei: l’arte diventa uno strumento per rendere riconoscibile uno spazio che, per sua natura, tende all’omologazione.

Aeroporto di Incheon: tra aerei e golf

Anche l’aeroporto internazionale di Incheon, in Corea del Sud, ha trasformato l’area aeroportuale in uno spazio nel quale è possibile fare molto più che aspettare.

Una delle attrazioni più insolite è il golf: nelle strutture dell’area aeroportuale è possibile giocare e, allo stesso tempo, avere una prospettiva decisamente particolare sul traffico aereo.

È un’esperienza che sembra quasi costruita per contraddire l’idea stessa di aeroporto come luogo di transito. Qui gli aerei non sono soltanto il mezzo con cui si arriva e si parte: diventano parte dello spettacolo.

Il passeggero, o il visitatore, può così trovarsi nella situazione paradossale di osservare altri aerei decollare mentre sta facendo un’attività che normalmente si associa a un resort.

Quando gli aeroporti smettono di essere invisibili

Perché un aeroporto dovrebbe avere una cascata? Perché costruire un giardino tropicale? Perché produrre birra? Perché mettere una gigantesca scultura nel mezzo di un terminal?

La risposta più semplice è anche la più interessante: per essere ricordato.

In un mondo nel quale gli aeroporti internazionali sono sempre più grandi e tecnologicamente sofisticati, la funzionalità rischia di produrre uniformità. Le esigenze sono simili ovunque: controllare i passeggeri, gestire i bagagli, organizzare i gate, far decollare e atterrare gli aerei.

L’identità, invece, è molto più difficile da costruire.

Una cascata di 40 metri appartiene a Singapore. Un birrificio appartiene alla cultura bavarese. Un gigantesco orso giallo è diventato una delle immagini associate a Doha.

Sono elementi che restituiscono un carattere a uno spazio che rischierebbe altrimenti di essere intercambiabile.

Il paradosso: il non luogo vuole diventare un luogo

La definizione di Augé nasce proprio dall’osservazione di spazi nei quali l’identità e le relazioni sociali tradizionali sembrano attenuarsi. L’aeroporto rappresenta perfettamente questa condizione: si può attraversare un terminal dall’altra parte del mondo senza avere quasi alcun rapporto con il territorio nel quale ci si trova.

Ma gli aeroporti contemporanei sembrano voler reagire a questa caratteristica.

Non possono smettere di essere infrastrutture di transito. Possono però aggiungere qualcosa che non è strettamente necessario al viaggio: un’esperienza.
È una cascata. È una farfalla. È una birra. È un’opera d’arte. È un campo da golf.
Piccoli elementi capaci di creare memoria.

E se il viaggio cominciasse prima dell’aereo?

Per decenni l’aeroporto è stato percepito come una parentesi tra due momenti davvero importanti: la partenza e l’arrivo. Un luogo nel quale cercare di trascorrere il minor tempo possibile.

I grandi aeroporti che hanno scelto di investire nelle attrazioni stanno provando a ribaltare questa logica.
Il risultato è curioso: proprio gli spazi nati per rendere il viaggio più impersonale stanno cercando di diventare più personali.

E così il concetto di non luogo si trova davanti a una piccola contraddizione.

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