Smart working in Italia

Lo smart working in Italia, da necessità a virtù: fenomeno in crescita

In Italia lo smart working resterà anche dopo la fine dell’emergenza Covid-19, anche se il numero di coloro che ne faranno ricorso diminuirà inizialmente, per poi risalire.

Sono questi i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata ieri durante il convegno “Rivoluzione Smart Working: un futuro da costruire adesso”.

Il passato recente indica che molte aziende italiane hanno rimandato il business travel per sostituirlo con riunioni attraverso piattaforme digitali, come Zoom. Dunque favorendo il lavoro da casa o smart working che dir si voglia, poiché parallelamente hanno rivisto le abitudini di frequentazione degli uffici.

Qualche numero: questa forma di lavoro resterà nell’89% delle grandi aziende e nel 62% delle PA. La diffusione su larga scala del vaccino ha fatto sì che gli smart worker siano calati di numero. Se a marzo erano 5,37 milioni, a giugno sono scesi a 4,71 milioni e a settembre 4,07 milioni.

Si prevede che siano comunque 4,38 milioni nel post pandemia, con formule ibride: in media tre giornate “agili” nelle grandi aziende e 2 nella Pubblica Amministrazione.

Ma questa soluzione piace a chi la vive? A macchia di leopardo, visto che per oltre un terzo dei lavoratori sono migliorati work life balance e produttività. Ma il 28% ha sofferto di “tecnostress” e il 17% di overworking. Come dire: il capo è sempre in agguato da dietro a uno schermo, anche se dista diversi chilometri.

Le aziende che più hanno fatto ricorso allo smart working? Banca D’Italia, Cameo, Inail, Ing Italia, Net insurance e Webranking.

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La diffusione dello smart working in Italia e le tendenze

Nel dettaglio, in Italia a settembre gli smart worker sono stati 1,77 milioni nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle microimprese e 860mila nella PA.

Progetti di lavoro da casa strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle Pmi (nel 2019 erano il 30%) e nel 67% delle PA (contro il 23% pre-Covid).

Il lavoro da remoto, però, è previsto in crescita nei mesi a venire visto che toccherà 4,38 milioni di persone. Rimarrà o sarà introdotto nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA e nel 35% delle Pmi, fra cui prevale un approccio informale (22%) ed è forte la tendenza a tornare indietro. Infatti, un terzo di quelle che ha sperimentato lo smart working prevede di abbandonarlo.

Ma perché proseguire nello smart working se non c’è più la quarantena?

La scelta è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Già, perché l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l’89% dei dipendenti di grandi imprese, per il 55% di quelli di Pmi e per l’82% di quelli della PA.

Attenzione però: la combinazione di lavoro “forzato” da remoto e pandemia ha avuto anche conseguenze negative sugli smart worker. Infatti è calata dal 12% al 7% la percentuale di quelli pienamente soddisfatti, mentre il 28% ha sofferto di “tecnostress” e il 17% di overworking.

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Da misura d’emergenza a strumento di modernizzazione

«La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti. E ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori», così commenta Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working.

«Le grandi imprese sperimentano nuovi modelli di lavoro. Nelle Pmi e nella PA, invece, si sta tornando al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese».

Intanto, in questi mesi lo smart working in Italia mostra dati interessanti. Nelle grandi imprese e nelle PA il lavoro da remoto continua a essere ampiamente diffuso, con una media di 4,1 e di 3,6 giorni a settimana.

Crescono i modelli di lavoro ibridi, in cui si alternano 2 giorni di lavoro in presenza e 3 a distanza o viceversa. Fra le grandi imprese che hanno definito o stanno definendo un progetto di smart working, il 40% afferma che il progetto non era presente prima dell’emergenza e che è stata la pandemia l’occasione per introdurlo. Nella PA tale percentuale sale all’85%.

Questo sconvolgimento nel mondo del lavoro ha portato anche modifiche negli uffici. Il 55% delle grandi aziende e il 25% delle PA ha avviato interventi di ristrutturazione degli spazi per adattarli al nuovo modo di lavorare.

Gli interventi di molte non sono sulle dimensioni, ma sull’organizzazione degli ambienti di lavoro. Altre si concentreranno sulla riduzione (in particolare il 33% delle grandi aziende). Non mancano, infine, enti (ad esempio il 18% delle PA) che prevedono un aumento dei luoghi necessari.

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Il punto di vista di dipendenti e aziende

E l’impatto delle prestazioni? La maggior parte vede un forte miglioramento del work life balance.

Addirittura le grandi imprese e le PA evidenziano anche un deciso miglioramento di efficacia ed efficienza. Quest’ultima migliorata per il 59% delle grandi imprese e il 30% delle PA contro rispettivamente il 5% e il 16% che dichiarano un peggioramento.

In compenso, a detta dei manager, sembra peggiorare la comunicazione tra colleghi, peggiorata nel 55% delle grandi imprese, nel 44% delle Pmi e nel 48% delle PA. Questo a fronte del 10%, 9% e 16% che dichiarano un miglioramento.

Nel complesso, la diffusione ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori e per il 31% la comunicazione fra colleghi.

Ci sono anche i lati negativi.

È diminuita la percentuale di smart worker pienamente “ingaggiati”. Ossia legati all’azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti: questa è passata dal 18% al 7%.

Il “tecnostress”  ha interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart worker, donne e responsabili. Nel complesso l’overworking (ovvero dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo) ha coinvolto il 13% dei lavoratori. E in misura maggiore gli smart worker rispetto agli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne degli uomini (19% contro 11%) e i manager rispetto ai collaboratori (19% contro 9%).

I benefici sociali e ambientali dello smart working

I benefici e le opportunità riguardano anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale.

Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione delle persone che vivono lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%).

La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi a risparmi di tempo e risorse per gli spostamenti. Addirittura 123 ore l’anno e 1.450 euro per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio.

In termini di sostenibilità ambientale, si possono stimare minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. Per dare un’idea: l’anidride carbonica che potrebbero assorbire 51 milioni di alberi.

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