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Business travel, le città che attirano più spesa: New York, Tokyo e Londra sul podio

Un nuovo studio della GBTA misura l'impatto economico dei viaggi d'affari in 25 grandi destinazioni: 178 miliardi di dollari di spesa, 93 miliardi di contributo al PIL locale, 1,4 milioni di posti di lavoro e 55 miliardi di entrate fiscali

Il business travel non è soltanto una voce del turismo. È una parte dell’economia urbana, un indicatore della capacità di una città di attrarre imprese, investimenti, eventi, competenze e relazioni internazionali.

A confermarlo è un nuovo studio della Global Business Travel Association (GBTA), realizzato con Rockport Analytics, che ha analizzato nel dettaglio l’impatto dei viaggi d’affari in 25 delle principali destinazioni business del mondo. I dati, riferiti al 2024, fotografano un fenomeno di dimensioni rilevanti: 178 miliardi di dollari di spesa dei viaggiatori d’affari hanno generato complessivamente 283 miliardi di dollari di attività economica, sostenendo 1,4 milioni di posti di lavoro e contribuendo per 93 miliardi di dollari al PIL locale.

A questi numeri si aggiungono quasi 54 miliardi di dollari di salari e circa 55 miliardi di entrate fiscali.

Una fotografia che racconta quanto il viaggio per lavoro continui a essere importante anche nell’epoca delle riunioni da remoto e delle piattaforme digitali.

New York, Tokyo e Londra: il podio del business travel

In cima alla classifica della spesa ci sono tre città che, per motivi diversi, rappresentano alcuni dei principali nodi dell’economia mondiale.

New York è prima con 21,2 miliardi di dollari di spesa per business travel nel 2024. Segue Tokyo, con 20,7 miliardi, mentre Londra si ferma a 15 miliardi.

Subito dopo arrivano Shanghai, con 14,2 miliardi, Parigi con 13,6 miliardi, Los Angeles con 12,2 miliardi e Chicago con 11,6 miliardi.

Nel complesso, queste sette città hanno raccolto più di 108 miliardi di dollari, pari al 61% della spesa complessiva registrata nelle 25 destinazioni analizzate.

Perché il business travel si concentra proprio qui?

La classifica dice qualcosa di più della semplice capacità di attirare viaggiatori.

Le grandi destinazioni del business travel sono soprattutto hub economici. New York, Londra, Tokyo e Shanghai concentrano mercati finanziari, multinazionali, società di servizi, tecnologia, ricerca e grandi eventi. Parigi aggiunge il peso della moda, del lusso, della cultura e delle istituzioni internazionali. Los Angeles unisce entertainment, tecnologia e industria creativa, mentre Chicago mantiene una posizione strategica nel sistema economico e commerciale statunitense.

A tutto questo si aggiungono infrastrutture.

Grandi aeroporti internazionali, collegamenti ferroviari, trasporti urbani, strutture congressuali, alberghi, ristorazione e servizi professionali costituiscono una sorta di ecosistema nel quale il viaggio d’affari diventa più semplice da organizzare.

Ma c’è un altro elemento decisivo: la densità delle opportunità.

Dove si concentrano aziende, clienti, fornitori, professionisti e istituzioni, aumenta la convenienza di incontrarsi fisicamente. E questo aiuta a spiegare perché la diffusione del lavoro da remoto non abbia eliminato il business travel.

Anzi, potrebbe averne modificato la funzione.

Se una riunione ordinaria può essere gestita online, un incontro con un cliente importante, una convention, una fiera, una sessione di formazione o un evento aziendale possono acquistare ancora più valore proprio perché richiedono la presenza fisica.

Non solo hotel e aeroporti: il vero effetto è a catena

Il dato forse più interessante dello studio è quello relativo al cosiddetto effetto moltiplicatore.

Nelle 25 città analizzate, ogni dollaro speso dai business traveller ha generato mediamente 1,59 dollari di vendite complessive per le imprese locali.

La spiegazione è abbastanza intuitiva.

Il viaggiatore paga una camera d’albergo, ma l’hotel acquista beni e servizi da altre imprese. Il ristorante paga dipendenti e fornitori. Le aziende di trasporto generano lavoro. I salari vengono nuovamente spesi sul territorio.

La spesa iniziale, quindi, non rimane confinata al servizio acquistato direttamente dal viaggiatore.

In media, ogni miliardo di dollari di spesa per business travel sostiene circa 7.800 posti di lavoro.

Anche in questo caso, però, le differenze tra città sono significative.

New York registra il moltiplicatore più elevato: 1,76 dollari di attività economica locale per ogni dollaro di business travel. Los Angeles segue con 1,68 dollari.

Delhi e Città del Messico, invece, mostrano un’incidenza particolarmente elevata sul fronte occupazionale: rispettivamente 42.900 e 24.100 posti di lavoro per ogni miliardo di dollari di spesa. Un risultato che lo studio collega anche ai livelli salariali e alla maggiore intensità di lavoro delle economie locali.

Non tutte le città guadagnano allo stesso modo dal business travel

Il business travel assume forme diverse a seconda della destinazione.

Londra, per esempio, registra la seconda spesa giornaliera media più elevata per viaggiatore e una forte incidenza dei biglietti aerei premium sulla spesa complessiva, un dato coerente con il suo ruolo di grande hub internazionale.

Shanghai presenta invece la domanda più elevata di camere d’albergo per gruppi tra le città analizzate. Chicago è seconda, a conferma del peso di meeting ed eventi organizzati.

Stoccolma e Oslo hanno registrato nel 2024 la crescita più forte della domanda di camere per gruppi.

Sono dettagli che mostrano come dietro la generica definizione di “business travel” esistano modelli molto diversi: viaggio individuale, grandi congressi, fiere, incentive, riunioni aziendali, formazione e trasferte commerciali hanno ricadute differenti sull’economia locale.

Il beneficio economico diventa anche beneficio per chi vive in città?

Ed è qui che i numeri aprono una questione interessante, senza necessariamente fornire una risposta.

Se il business travel genera 93 miliardi di dollari di PIL locale, 55 miliardi di entrate fiscali e 1,4 milioni di posti di lavoro, una parte del valore prodotto torna inevitabilmente alle comunità attraverso redditi, consumi e finanza pubblica.

Ma quanto di questo ritorno si traduce concretamente in qualità della vita?

È una domanda diversa da quella sulla crescita economica.

Una città può essere molto efficiente nel generare PIL e contemporaneamente avere problemi di accessibilità abitativa, congestione, trasporti sovraccarichi o costi elevati.

Questo non significa che il business travel sia responsabile di questi problemi. Significa piuttosto che la crescita economica non coincide automaticamente con il benessere urbano.

La differenza sta in ciò che una città riesce a fare con la ricchezza che produce.

Dal PIL ai servizi: il passaggio non è automatico

Il gettito fiscale generato dai viaggi d’affari può contribuire a finanziare trasporti pubblici, infrastrutture, manutenzione urbana, servizi e investimenti.

I posti di lavoro possono generare redditi e opportunità professionali.

La presenza di aziende e visitatori internazionali può favorire inoltre la nascita di nuove attività, la circolazione di competenze e l’apertura verso mercati esteri.

Ma nessuno di questi effetti è automaticamente garantito.

Il moltiplicatore economico misura la quantità di valore generato, non dice come quel valore viene distribuito.

È probabilmente questa la distinzione che diventerà sempre più importante per le grandi destinazioni.

Attrarre congressi, eventi, aziende e viaggiatori significa produrre ricchezza. Fare in modo che quella ricchezza contribuisca a rendere la città più vivibile è un passaggio successivo, che dipende dalle scelte amministrative e dalla struttura dell’economia locale.

Il paradosso delle città globali

C’è anche un paradosso.

Le città che hanno più successo nell’attrarre attività internazionali sono spesso quelle che devono gestire una maggiore pressione sui propri spazi e servizi.

Più visitatori significano più domanda per hotel e ristoranti, ma anche maggiore utilizzo dei trasporti.

Più aziende possono significare più posti di lavoro e investimenti, ma anche maggiore domanda immobiliare.

Più grandi eventi possono produrre indotto, ma anche congestionare temporaneamente alcune aree.

Il punto, quindi, non è scegliere tra business travel e qualità della vita.

È capire come far convivere i due fenomeni.

Una crescita che può diventare strategia urbana

Per le città, il business travel potrebbe allora essere considerato non soltanto come una fonte di entrate, ma come uno degli elementi di una più ampia strategia urbana.

Se un grande congresso porta migliaia di persone, la domanda è anche se le infrastrutture create o migliorate per accoglierle rimangano utili ai residenti.

Se la presenza internazionale genera gettito, la questione diventa come reinvestirlo.

Se un ecosistema di imprese produce nuova occupazione, bisogna capire se questa occupazione sia accessibile alla popolazione locale e se contribuisca alla crescita dei redditi.

In altre parole, il valore del business travel non si esaurisce nel momento in cui il viaggiatore paga la sua camera d’albergo.

Il suo impatto può essere molto più lungo e articolato.

La geografia business che racconta l’economia mondiale

La graduatoria della GBTA, alla fine, fotografa anche la geografia del potere economico globale.

Le città in cima alla classifica non sono necessariamente quelle che hanno più attrazioni turistiche, ma quelle in cui si concentrano decisioni, capitali, competenze e relazioni commerciali.

New York, Tokyo e Londra non attirano miliardi di dollari di business travel per caso: il business travel arriva dove esiste già un ecosistema economico capace di alimentarlo.

E proprio questo rende difficile per le città emergenti replicare rapidamente il modello delle grandi capitali economiche.

Servono collegamenti, competenze, infrastrutture, aziende, reputazione internazionale e soprattutto una massa critica di attività.

Business travel: spendere meglio, non soltanto di più

La GBTA prevede che nel 2026 la spesa globale per i viaggi d’affari raggiunga 1.710 miliardi di dollari, mentre i viaggi dovrebbero arrivare a circa 1,84 miliardi.

Il settore continua dunque a crescere, ma il tema per le destinazioni potrebbe progressivamente spostarsi.

Non soltanto quanti viaggiatori arrivano, ma quale valore generano, quali attività attivano e quanto di quel valore rimane sul territorio.

Perché i 178 miliardi di dollari di spesa registrati nelle 25 città raccontano una storia potente: il business travel continua a essere una macchina economica capace di produrre occupazione, reddito e gettito.

La domanda successiva, però, è altrettanto importante.

Quanto è capace una città di trasformare questa forza economica in forza urbana?

Non è una differenza semantica. È la distanza tra una città che semplicemente cresce e una città che riesce a utilizzare la propria crescita per diventare più efficiente, più accessibile e, soprattutto, più vivibile anche per chi non è lì per una convention, una fiera o una riunione.

Ed è forse questo il vero banco di prova delle grandi capitali del business travel: non soltanto continuare ad attirare il mondo, ma fare in modo che il mondo che arriva produca valore anche per chi in quelle città vive tutto l’anno.

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