Venezia, contro l’overtourism spunta l’ipotesi dei 30 euro

L’ipotesi del sindaco Simone Venturini: un contributo fino a 30 euro nelle giornate di maggiore afflusso. L’obiettivo è frenare il turismo “mordi e fuggi”.

Venezia ha un problema. E negarlo sarebbe difficile.

Calli affollate, ponti congestionati, gruppi organizzati, visitatori che arrivano al mattino e ripartono poche ore dopo: il turismo di massa mette sotto pressione una città fragile per sua stessa natura. L’overtourism non è una percezione astratta, ma una questione di equilibrio tra residenti, attività economiche, patrimonio e milioni di persone che vogliono attraversare almeno una volta nella vita uno dei luoghi più celebri del mondo.

La domanda, però, è un’altra: quanto deve costare il diritto di vedere Venezia?

L’ipotesi avanzata dal sindaco Simone Venturini riapre inevitabilmente questo interrogativo. L’amministrazione veneziana sta lavorando alla possibilità di portare il contributo d’accesso fino a 30 euro nelle giornate di maggiore affluenza, lasciando invece invariata la logica di una tariffazione variabile. Oggi il sistema prevede 5 euro per chi prenota con maggiore anticipo e 10 euro per chi acquista il titolo nei giorni immediatamente precedenti la visita. Per arrivare oltre i 10 euro, però, serve una modifica del quadro legislativo nazionale.

L’idea è chiara: se Venezia è troppo affollata, aumentare il costo dell’accesso nei giorni più critici dovrebbe scoraggiare una parte dei visitatori e favorire una maggiore programmazione.

Il rischio è confondere il prezzo con la soluzione

Trent’anni fa, o anche solo qualche decennio fa, visitare una città d’arte poteva essere soprattutto una questione di tempo, curiosità e disponibilità a mettersi in viaggio.

Oggi rischia di diventare sempre più una questione di portafoglio.

È evidente che un prezzo più alto può produrre un effetto di selezione. Ed è proprio questo, almeno in parte, il punto. Ma selezionare i flussi attraverso il prezzo significa anche selezionare le persone attraverso il reddito.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi vogliamo davvero tenere fuori da Venezia?

Il visitatore che arriva in treno da un’altra città italiana, magari con la famiglia, prenota con settimane di anticipo, cammina per ore, entra nei musei, mangia in un ristorante locale e torna a casa la sera è necessariamente il problema?

Oppure il problema è il modello di turismo che concentra migliaia di persone negli stessi luoghi e nelle stesse ore?

Sono questioni diverse. E rischiano di ricevere una risposta troppo semplice se tutto viene affidato alla leva economica.

Pagare di più può rendere Venezia più vivibile. Ma anche più elitaria

C’è un paradosso da non sottovalutare.

Aumentare il prezzo di qualcosa può renderlo meno accessibile, ma non necessariamente risolvere le cause che ne hanno determinato l’eccessiva domanda.

Anzi, in alcuni casi il prezzo può diventare anche un indicatore di status.

Una Venezia da 30 euro per entrare nelle giornate di punta potrebbe non essere soltanto una Venezia meno affollata. Potrebbe essere, almeno simbolicamente, una Venezia nella quale il costo dell’accesso contribuisce a definire chi può permettersi di esserci.

È una differenza sostanziale.

Perché l’obiettivo dichiarato è governare i flussi, non costruire una città turistica premium.

E tra le due cose c’è una distanza enorme.

Non è detto, infatti, che chi ha maggiore disponibilità economica sia automaticamente il visitatore più rispettoso della città. Allo stesso modo, non è detto che chi spende meno sia necessariamente un turista “mordi e fuggi” interessato soltanto alla fotografia davanti a Rialto.

Il reddito non è un indicatore affidabile della qualità di un visitatore.

I numeri del 2026 raccontano già una storia interessante

Il contributo d’accesso è stato sperimentato nel 2026 per 60 giornate, dal 3 aprile al 26 luglio, nella fascia oraria 8.30-16. I dati provvisori del Comune registrano 679.553 voucher a pagamento e 5,215 milioni di euro di incasso. Il 46,5% dei titoli è stato acquistato alla tariffa di 5 euro, mentre il 53,5% a 10 euro.

Il Comune segnala inoltre una riduzione della media giornaliera dei voucher rispetto al 2024 e una diminuzione delle giornate caratterizzate dai picchi più elevati di affluenza, precisando però che i risultati devono essere letti considerando anche calendario, festività e condizioni meteorologiche.

Sono dati importanti, ma non autorizzano ancora a dire che il ticket abbia “risolto” l’overtourism.

Del resto, lo stesso Comune presenta il contributo soprattutto come strumento di conoscenza, programmazione e governo dei flussi, non come un numero chiuso.

Ed è probabilmente proprio qui che dovrebbe concentrarsi la discussione.

Il vero obiettivo dovrebbe essere il turismo mordi e fuggi, non il turista con meno soldi

Se il problema è la concentrazione dei visitatori, forse la domanda più interessante non è quanto far pagare per entrare, ma come distribuire meglio le persone nello spazio e nel tempo.

Perché Venezia non è soltanto Piazza San Marco, Rialto e le poche direttrici percorse quotidianamente dalle masse.

Esistono altri sestieri, altre isole, altri musei, altri percorsi, altre attività. Esiste una città molto più grande dell’immagine da cartolina che milioni di visitatori consumano in poche ore.

Il contributo potrebbe allora diventare uno degli strumenti di una strategia più ampia: prenotazioni intelligenti, informazioni sui picchi di affluenza, incentivi per gli orari meno congestionati, valorizzazione delle zone meno frequentate, collegamenti più efficienti, maggiore promozione di soggiorni più lunghi.

Perché un visitatore che rimane tre giorni non è equivalente, dal punto di vista economico e sociale, a uno che attraversa Venezia per sei ore.

Eppure entrambi possono trovarsi davanti allo stesso problema: una città sovraffollata.

Se 30 euro diventano una barriera, Venezia perde qualcosa?

C’è poi un aspetto culturale.

Venezia non è un parco a tema. È una città viva, abitata, lavorata, attraversata. Ma è anche un patrimonio culturale di valore universale.

Pensare che per proteggerla sia necessario renderne l’accesso progressivamente più costoso pone una questione che va oltre il turismo.

Una città patrimonio dell’umanità deve essere protetta dal turismo di massa, certo. Ma deve anche rimanere, per quanto possibile, una città che le persone possano conoscere e amare.

E questo riguarda anche il giovane che mette da parte i soldi per un viaggio, la famiglia che organizza una giornata a Venezia, lo studente straniero che arriva in Italia con un budget limitato, il visitatore italiano che sceglie di trascorrere una giornata nella laguna invece di fare una vacanza costosa.

Non è detto che siano questi visitatori a determinare il problema dell’overtourism.

La vera sfida: far pagare il costo del sovraffollamento senza trasformarlo in una tassa sul desiderio di conoscere Venezia

La proposta dei 30 euro, per ora, resta un’ipotesi. Venturini ha spiegato che non si tratterebbe di una tariffa fissa, ma di un tetto massimo da applicare esclusivamente nelle giornate di maggiore affluenza. Per renderla possibile sarebbe necessaria una modifica legislativa, perché l’attuale quadro limita il contributo a 10 euro.

È dunque presto per sapere quale sarà l’effetto concreto.

Ma il dibattito dovrebbe andare oltre la cifra.

Perché 5, 10 o 30 euro non sono soltanto numeri: sono soglie di accessibilità.

E una politica contro l’overtourism dovrebbe riuscire in un’impresa molto più complessa che semplicemente alzare un prezzo: ridurre i picchi, proteggere i residenti, sostenere i servizi, distribuire i flussi e incentivare un turismo più lento e consapevole.

Altrimenti il rischio è di ottenere una Venezia meno affollata, sì, ma anche più costosa e più selettiva.

E non necessariamente più amata e rispettata.

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