Se a viaggiare sono i distretti

Troppo spesso quando si parla di business travel lo sguardo è rivolto ai modelli organizzativi delle grandi aziende italiane e multinazionali. In realtà, come ben sappiamo, il tessuto produttivo del nostro Paese è costituito prevalentemente da piccole e medie imprese, con meno di 250 addetti. Un mercato molto appetibile per i fornitori di servizi di viaggio, ma difficile da delineare e da raggiungere con proposte ad hoc. Una strada percorribile può essere forse l’analisi dei cosiddetti Distretti industriali, aree territoriali caratterizzate da un’elevata concentrazione di piccole imprese, prevalentemente artigiane, specializzate nella stessa attività produttiva.

Introdotti per la prima volta dalla Legge n. 317 del 5 ottobre 1991 (G.U. n. 237 del 9 ottobre 1991) questi sistemi avevano lo scopo di promuovere attraverso agevolazioni e finanziamenti l’innovazione e lo sviluppo nel comparto delle piccole e medie imprese italiane. Tra i parametri fondamentali che definivano un distretto vi era l’indice di industrializzazione manifatturiera (cioè la quota di addetti dell’industria sul totale delle attività economiche del territorio), che doveva superare del 30% la media nazionale; la densità imprenditoriale (cioè il rapporto tra le unità manifatturiere e la popolazione residente), che doveva essere superiore all’indice nazionale; la specializzazione produttiva (il rapporto tra il numero di addetti occupati in una determinata attività manifatturiera e il totale degli addetti dell’industria manifatturiera in quell’area), che doveva superare la media nazionale del 30%; l’incidenza della piccola impresa (la percentuale di addetti occupati in piccole imprese appartenenti al settore di specializzazione), che doveva superare del 50% il totale degli addetti del settore.

L’eccessiva rigidità di questi requisiti ha portato nel 1999 a una revisione della legge (Legge 11 maggio 1999 n. 140) e a una nuova definizione di distretto, più ampia e flessibile. Oggi, quindi, si parla di distretti in presenza di “contesti produttivi omogenei, caratterizzati da una elevata concentrazione di imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, e da una peculiare organizzazione interna” e di “sistemi produttivi locali caratterizzati da una elevata concentrazione di imprese industriali, nonché dalla specializzazione produttiva di sistemi di imprese”.

Un terreno di conquista per le Tmc

Queste realtà produttive rappresentano un “terreno di conquista” per le travel management company, che da tempo mettono a punto prodotti e servizi ad hoc per le Pmi. Per venire incontro alle esigenze di questo target di aziende, però, è importante poter garantire una presenza capillare sul territorio. «Il nostro network – dichiara ad esempio Enrico Ruffilli, amministratore delegato del gruppo Uvet American Express, che conta 10 filiali e una rete di più di 250 agenzie affiliate – ha raggiunto un ottimo livello di copertura del territorio ed è presente in tutte le aree di rilevanza strategica, in particolare in molti distretti industriali che costituiscono la base dell’economia del nostro Paese e dove sono concentrate una miriade di piccole e medie imprese indipendenti, specializzate nelle diverse fasi di un processo produttivo.

«Se è vero che ormai le tecnologie consentono di superare qualsiasi distanza e i servizi di viaggio possono essere forniti alle aziende attraverso molteplici soluzioni alternative all’agenzia “sotto casa” (self booking tool, call center, biglietteria elettronica) – prosegue Ruffilli – il concetto di prossimità resta fondamentale per le società di piccole e medie dimensioni, che continuano a richiedere il contatto diretto e un servizio personalizzato».

Innovare per crescere

Le normative riguardanti i distretti industriali sono da tempo oggetto di critiche da parte degli addetti ai lavori, che invocano una maggiore autonomia decisionale. “Il tessuto industriale italiano è troppo articolato e variegato per costituire oggetto di interventi di carattere generale – si legge nel Manifesto dell’associazione Distretti Italiani (associazione che comprende 31 distretti, per un totale di 55mila imprese, 450mila addetti e oltre 45 miliardi di euro di fatturato), pubblicato sul sito www.distretti.org -. Come dimostra un’ampia casistica di esperienze maturate in varie Regioni, i problemi che i distretti si trovano a gestire sono spesso diversi tra loro; in alcuni casi riguardano la formazione professionale, in altri la depurazione delle acque utilizzate dalle imprese o lo smaltimento dei rifiuti, in altri ancora l’immagine delle produzioni locali o la predisposizione di aree per nuovi insediamenti industriali. Inoltre, una parte rilevante degli interventi che potrebbero essere adottati a sostegno dei distretti è costituita da servizi mirati di formazione e informazione, di supporto allo sviluppo di attività innovative e di potenziamento dei fattori di attrattività delle singole aree; sono tutti servizi che richiedono una profonda conoscenza delle dinamiche locali.

L’unico modo per affrontare in modo efficace tanti problemi diversi sta nel conferire potere di proposta e di intervento direttamente alle circoscrizioni territoriali. La richiesta fondamentale che, come operatori dei distretti, rivolgiamo al mondo politico consiste nello spostare in modo netto e radicale le decisioni di intervento dai livelli centrali e regionali a quelli locali”.

Nel corso degli anni Distretti Italiani ha inaugurato numerose iniziative per promuovere l’innovazione e la crescita finanziaria dei distretti industriali. Risale allo scorso dicembre, ad esempio, la stipula di un accordo tra l’associazione e l’Università di Pisa per favorire il passaggio ai distretti di brevetti e competenze tecnologiche, indispensabili per meglio affrontare i mutamenti della filiera produttiva e rispondere adeguatamente alle esigenze di una domanda sempre più complessa.

L’associazione, inoltre, lavora da tempo alla fondazione di una Federazione dei Distretti Italiani. Il nuovo organo, che ha ricevuto il sostegno di Confindustria e Unioncamere, nascerà entro la fine dell’anno e, come si legge in una nota dell’associazione, si occuperà di “monitorare e favorire i processi evolutivi dei Distretti, di promuoverne lo scambio di informazioni ed esperienze e di sviluppare le relazioni con i centri decisori della politica industriale, sia a livello nazionale che comunitario”. «La creazione di una vera e propria Federazione – ha dichiarato il presidente di Distretti, Paolo Terribile – prosegue nella direzione di “fare sistema” anche a livello di distretti geograficamente distanti e diversi per produzione, ma accomunati spesso dalle stesse problematiche di rappresentanza e sviluppo».

L’identikit dei distretti

Il quadro più esauriente attualmente disponibile sui distretti industriali italiani è fornito dall’“Ottavo censimento generale dell’industria e dei servizi 2001”, realizzato dall’Istat e presentato alla fine del 2005. I distretti sono stati individuati partendo dai cosiddetti SSL, Sistemi Locali del Lavoro, 686 entità territoriali individuate dall’Istat in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università di Parma. In sintesi, gli SSL sono luoghi dove la popolazione risiede e lavora, unità territoriali composte da comuni contigui, geograficamente e statisticamente comparabili.

Il censimento dell’Istat ha individuato la presenza nella penisola di 156 distretti, contro i 199 del 1991. Queste entità socio-territoriali coinvolgono il 27,3% dei comuni italiani e vi risiede il 22,1% della popolazione nazionale. Nei distretti inoltre, operano in media nove unità produttive ogni 100 abitanti, di cui due manifatturiere.

I distretti industriali si trovano in 17 regioni italiane, soprattutto nel Centro Italia (ben 49 distretti, pari al 75,4% dei sistemi locali manifatturieri di tutta l’area). Il Nord Est, invece, ne conta 42, il Nord Ovest 39 e il sud della penisola 26. La regione con il maggior numero di distretti (27) è le Marche, seguono la Lombardia (27), il Veneto (22), la Toscana (15) e l’Emilia Romagna (13).

Aree di attività

Ma in quali comparti operano i distretti industriali? Nell’elenco compaiono 45 distretti del settore tessile e dell’abbigliamento, dislocati perlopiù in Lombardia, Marche, Puglia, Veneto e Toscana. Seguono 38 distretti attivi nel settore della meccanica, situati in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Le imprese operanti in questo settore producono utensili, macchinari, apparecchi e articoli per uso domestico, occhialeria (soprattutto in Veneto), apparecchi medici chirurgici e ortopedici (a Mirandola, in Emilia Romagna). L’indagine, inoltre, rileva la presenza di 32 distretti per la produzione di beni per la casa, concentrati soprattutto nelle Marche e nel Veneto e dediti prevalentemente alla fabbricazione di mobili in legno. Tra le eccezioni, i prodotti in ceramica del distretto di Civita Castellana, nel Lazio, le piastrelle e la ceramica per pavimenti di Faenza (Emilia Romagna) e la lavorazione del sughero di Calangianus, in Sardegna. Inoltre, sei regioni ospitano 20 distretti della pelletteria e delle calzature. Nell’elenco, infine, troviamo sette distretti del settore alimentare, sei dell’oreficeria e degli strumenti musicali, quattro del settore della cartotecnica e altri quattro specializzati nella produzione di articoli in gomma e plastica(vedi tabella in formato PDF).

Trend di crescita

Il censimento dell’Istat si sofferma infine sul trend di crescita dei distretti industriali dal 1991 al 2001, rilevando una diminuzione nel numero dei distretti del Nord-Est (-23%), del Nord-Ovest (-20%) e del Centro (-11%). La diminuzione è connessa in larga misura alla riorganizzazione territoriale della produzione di alcuni SSL che nel 1991 erano stati classificati come distretti industriali. In controtendenza il Mezzogiorno, dove si registra invece una crescita dell’11%.

Osservando i dati più in dettaglio, emerge una contrazione nei distretti del Nord-Est, con un calo del 26% nel numero degli addetti manifatturieri. La diminuzione riguarda in particolar modo l’Emilia Romagna, il Veneto e il Trentino Alto Adige. Ciononostante, il Nord-Est rimane l’area a più alta incidenza distrettuale del Paese, con una media di 42 addetti ogni 100 abitanti.

Nel Centro Italia, inoltre, si osserva una diminuzione nel numero dei distretti (11 in meno) e un calo del 5,4% nell’occupazione manifatturiera. Nel Nord-Ovest, invece, si registrano 20 distretti in meno (15 dei quali dislocati in Lombardia) e un calo degli addetti manifatturieri del 13%. Nel Sud Italia, infine, i distretti industriali hanno raddoppiato il proprio peso. Ciononostante, essi rappresentano appena l’8% della produzione dell’area e il 6,1% del numero degli addetti.

In generale, alla diminuzione nel numero dei distretti industriali italiani (43 in meno rispetto al 1991) corrisponde una maggiore estensione di queste aree dal punto di vista socio-demografico ed economico e a una crescente specializzazione. Secondo Distretti Italiani, attualmente queste aree produttive generano un fatturato di quasi 90 miliardi di euro e alimentano quasi il 50% dell’export italiano.

Per scaricare le tabelle di questo articolo in formato PDF, cliccate qui

Se a viaggiare sono i distretti – testo di Elisabetta Tornatore – Mission N. 4, giugno-luglio 2007

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