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CTO o TCO, il costo totale di possesso auto cambia il mercato italiano

Sembra di scoprire l’acqua calda, come spesso capita di questi tempi e non solo nel settore automotive, ma questo più o meno è. Per molti anni scegliere un’auto significava soprattutto confrontare il prezzo sul listino, da esperti o meno del resto. Oggi non più. Nel mondo delle aziende, del noleggio e delle flotte aziendali conta il Costo Totale del Possesso, spesso indicato con la sigla inglese TCO, Total Cost of Ownership.

È un concetto di cui parlano sempre più tutti negli ultimi mesi, non solo gli utenti di Missionline e lettori di MissionFleet. Ci sono arrivati anche molti analisti del settore automotive, ricordando come proprio il TCO stia aprendo spazio ai costruttori cinesi nel mercato europeo delle flotte.

Come si calcola il TCO

Un principio semplice: un’auto non costa solo quando la compri, costa ogni giorno in cui la usi e non usi. Consuma energia o carburante, richiede manutenzione, si svaluta nel tempo, pesa sul bilancio con assicurazioni, tasse e finanziamenti o fermi veicolo di servizio. Alla fine, il prezzo iniziale è soltanto una parte della spesa reale.

Il TCO prova a riassumere tutto questo: Prezzo iniziale + Costi di utilizzo – Valore finale dell’auto.

È un modo diverso di guardare all’automobile. E soprattutto è il modo in cui ragionano le aziende.

La Cina dell’auto e il mercato stagnante trainato della flotte

Un fleet manager che deve acquistare o noleggiare centinaia di vetture non si lascia impressionare soltanto dal marchio o dal design. Guarda il costo complessivo per chilometro. Se un’auto consuma meno, richiede meno interventi in officina e mantiene un buon valore nel tempo, allora diventa interessante anche se il prezzo di partenza non è il più basso.

È qui che entrano in gioco i costruttori cinesi. Marchi come Omoda, BYD, MG o XPeng stanno crescendo rapidamente in Europa soprattutto grazie alle flotte aziendali: riescono a presentare numeri competitivi.

Molte delle loro auto elettriche o plugin hanno prezzi aggressivi e dotazioni ricche. Inoltre la tecnologia riduce diversi costi di gestione: meno componenti meccanici, meno manutenzione, consumi inferiori rispetto ai motori tradizionali. Tutti elementi che incidono direttamente sul TCO.

Se due vetture offrono autonomia simile, comfort simile e tecnologie comparabili, ma una permette di risparmiare migliaia di euro nell’arco di quattro anni, la scelta tende a orientarsi verso quella più conveniente, ovvio.

Naturalmente ci sono ancora dubbi. Soprattutto il valore residuo: quanto varrà un’auto cinese dopo molti anni? Eppure il cambiamento è visibile. Le flotte aziendali sono spesso il primo terreno di conquista per i nuovi costruttori, perché qui conta di più l’equilibrio economico, salvo fringe benefit dirigenziali.

Il TCO è diventato un linguaggio del mercato automotive contemporaneo. E i costruttori, anche cinesi, hanno capito che, nell’era dell’elettrico “spinto” vince chi riuscirà a costare meno anche nel tempo, nel possesso e non solo all’acquisto.

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