Aerei carburanti e ipocrisie

Il nodo dei carburanti aerei in Europa oggi: in cielo si vola sul diesel dei cittadini

Le compagnie aeree riescono ancora, a brindare, in Borsa, mentre l’Europa continua a fare i conti con una crisi energetica che, ancora, rischia di scaricarsi sui consumatori comuni pur se si parla di carburanti aerei.

I mercati hanno accolto con entusiasmo i segnali di disgelo tra Stati Uniti e Iran: la prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz ha spinto al rialzo i titoli del comparto aereo. Ryanair è salita di quasi il 5%, mentre Lufthansa, Air France-KLM e International Airlines Group hanno registrato forti rialzi grazie alla speranza di un ritorno alla normalità nelle forniture di jet fuel.

Ma dietro l’euforia finanziaria resta una realtà meno rassicurante. Anche se Hormuz riaprisse, servirebbero mesi per ristabilire i normali flussi energetici. Nel frattempo, l’Europa si arrangia come può: importazioni dagli Stati Uniti, forniture dalla Nigeria tramite la raffineria Dangote e una corsa disperata delle raffinerie europee per produrre più carburante per aerei.

Per tenere in volo qualcuno si sacrificano altri

Il punto è che per tenere in volo il traffico aereo si stanno sacrificando altre produzioni energetiche essenziali. In diversi impianti europei, parte della produzione di diesel è stata convertita in jet fuel, semplicemente perché oggi rende di più.

Tradotto: meno carburante destinato ai trasporti terrestri e all’economia reale, più benzina avio per sostenere il turismo internazionale e anche certi voli low cost con fornitura di carburanti aerei. In pratica, si potrebbe persino arrivare a togliere energia a dei cittadini e alla logistica, per garantire continuità ai cieli europei.

Da anni ai cittadini europei viene chiesto di ridurre consumi, cambiare auto, pagare accise ambientali e accettare costi energetici più elevati in nome della transizione ecologica. Poi però, alla prima crisi del carburante aereo, l’intero sistema industriale si mobilita per garantire che gli aerei continuino a decollare senza interruzioni.

Aerei, carburanti 2026 e contraddizioni

Nel frattempo emergono anche contraddizioni geopolitiche. Il Regno Unito, uno dei Paesi europei più esposti sul fronte del jet fuel dopo la chiusura di diverse raffinerie strategiche, ha autorizzato l’importazione di carburante raffinato in India e Cina a partire da greggio russo Urals. Formalmente non è petrolio russo diretto, sostanzialmente lo è.

Una scelta che ha provocato dure critiche sia nel Parlamento britannico sia da parte ucraina: mentre si proclama fermezza contro il Cremlino, si continua indirettamente a finanziare la filiera energetica russa pur di evitare problemi agli aeroporti britannici.

Anche la Germania si è mossa rapidamente, accettando la disponibilità israeliana a trasferire carburante per aerei verso il mercato europeo. Segnale ulteriore di quanto il continente stia diventando dipendente da fornitori alternativi esterni, spesso geopoliticamente delicati. L’Europa riduce la dipendenza da un attore per costruirne immediatamente un’altra verso nuovi partner strategici.

Ryanair senza debiti

In questo scenario, Ryanair rappresenta il volto più aggressivo e finanziariamente solido del settore. La compagnia guidata da Michael O’Leary ha annunciato il rimborso dell’ultima obbligazione da 1,2 miliardi di euro ancora in circolazione, diventando di fatto “debt free” per la prima volta dalla quotazione del 1997. Un traguardo storico: 620 Boeing 737 senza vincoli finanziari, rating BBB+ e una liquidità che permette alla compagnia di affrontare un’estate di tariffe basse e forte competizione.

Il messaggio lanciato dal CFO Neil Sorahan è chiarissimo: Ryanair può permettersi di abbassare i prezzi e schiacciare i concorrenti proprio perché ha un bilancio molto più solido rispetto agli altri vettori, ancora appesantiti da debiti e leasing onerosi.

Paradosso

E qui emerge l’ultimo paradosso europeo. Mentre le compagnie aeree festeggiano utili, rialzi in Borsa e bilanci ripuliti, il costo industriale e geopolitico dell’energia continua a essere scaricato altrove: sulle raffinerie riconvertite in fretta, sulle scorte strategiche ai minimi, sui consumatori che pagano carburanti più cari, con i governi costretti a compromessi evidenti.

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