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Aziende e Coronavirus, gestione dei rimpatri dei dipendenti e produttività in Cina

Aziende e Coronavirus: come viene gestita l’emergenza sanitaria tra rimpatri e produzione? Abbiamo intervistato Sicuritalia, che dopo la Sars del 2002/2003 ha attivato un protocollo ed è tornata ad applicarlo, evolvendolo, nelle ultime due settimane. La società comasca è leader in Italia nel settore della sicurezza con 650 milioni di euro di ricavi, 15.000 dipendenti e oltre 100.000 clienti. Tra essi una trentina di società italiane operanti in Cina, anche nella città di Wuhan che, come noto, è l’epicentro dell’epidemia. Ha risposto alle domande di Missionline.it Lucio Mattielli, chief security officer del Gruppo.

Come vedremo, non si tratta semplicemente di limitare i viaggi o adottare misure di igiene accentuate. Ma anche di garantire i livelli produttivi nel limite del possibile e in osservazione dei consigli dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Lucio Mattielli

Come state gestendo l’emergenza sanitaria del Coronavirus nelle aziende vostre clienti, in Cina?

«In queste settimane stiamo operando in Cina con 30 aziende italiane gestendo l’evacuazione di oltre 1700 persone. Per farlo abbiamo seguito il protocollo di prevenzione e mitigazione del rischio di contagio estendendolo anche alle aziende non operanti in Cina.  Per i clienti con filiali in quei territori, infatti, le misure suggerite sono al momento abbastanza rigide e partono da una accurata analisi dell’organizzazione aziendale. Questo al fine di valutare in maniera corretta il livello di esposizione al rischio dei singoli dipendenti e/o di cluster di soggetti. È poi fondamentale creare una strategia di “monitoraggio sanitario” con le funzioni aziendali preposte e un’altra di tipo “logistico operativo” tale da isolare per almeno 14 giorni, attraverso ad esempio l’home office/smart working, i soggetti più esposti alla minaccia. Obbligatorio, infine, garantire tutti gli altri dipendenti delle aree monitorate, allontanando il top management e la forza lavoro meno esposta e mettendo a disposizione in loco disinfettante per la sanificazione delle mani e idonee mascherine. Tutto questo processo viene seguito costantemente dal personale medico».

Quali le misure adottate dal personale che viaggia (delle medesime aziende)?

«Oltre alle misure di cui sopra, il personale viaggiante viene formato e informato sui rischi e le strategie di mitigazione. In funzione del ruolo ricoperto dal viaggiatore, il responsabile della gestione dei rischi aziendali verifica l’effettiva necessità di ogni singola trasferta limitando quindi gli spostamenti e, di conseguenza, l’esposizione alla minaccia».

Aziende e Coronavirus: stop alla produttività, anche su questo avete attuato una procedura?

«Dal nostro punto di vista lo stop alla produttività è una misura estrema, che in questo momento può ritenersi necessaria solo a Wuhan. Al momento, i protocolli di mitigazione consentono di operare in sicurezza riducendo il rischio di contagio al minimo in quasi tutte le aree. L’obiettivo del nostro operato è al tempo stesso garantire la buona salute di tutto il personale e la prosecuzione del business dei nostri clienti».

Il protocollo per il Coronavirus poggia su un precedente, magari riferito alla Sars, oppure è stato realizzato ex novo?

«Si tratta di un protocollo consolidato che ho personalmente implementato in diverse occasioni in risposta ad altre minacce pandemiche o epidemiche come Sars, Ebola, Mers e altre. Ovviamente il protocollo viene customizzato in funzione delle specifiche caratteristiche della minaccia (modalità di contagio, tempi di incubazione, area geografica) e delle dimensioni e tipologia di azienda in cui si opera».

La mappa dei rischi nel mondo, di Sicuritalia, a febbraio 2020

Sanitaria o di cyber security, quali sono le emergenze di un oggi in cui mobilità ed economia digitale hanno creato un mondo iper connesso?

«Le emergenze sono molteplici e i fattori dovuti all’evoluzione non fanno che aggiungere complessità. E’ sufficiente ricordare quanto accaduto con la Sars. Nel 2002, la difficoltà di comunicazione, unita alla reticenza dei cinesi nel condividere informazioni, ha comportato un notevole ritardo nella risposta di contenimento della pandemia. Oggi, se da un lato si viaggia molto di più aumentando l’esposizione al rischio di contagio, dall’altro possiamo giovare di una modalità di comunicazione “smart” che consente la condivisione di know how, esperienze, e più in generale di informazioni in real time su base globale. Questo, ci fornisce strumenti per risposte più rapide e “informate”. Allo stesso tempo, l’enorme mole di dati così facilmente scambiati sono a volte più preziosi del denaro contante e sempre più soggetti ad attacchi strutturati di hacker e specialisti. Per fronteggiare l’imprevisto non esiste quindi una risposta globale, ma è necessario organizzarsi per monitorare i segnali deboli di ogni specifico settore ed avere strumenti adeguati a calcolare gli impatti di ogni evento anomalo a medio e lungo termine».

Approfondisci sulle Tmc e le attività di riprenotazione dei viaggi d’affari verso la Cina.

Coronavirus, l’Oms si concentra sui laboratori di diagnosi sicura

Attualmente, l’Oms, unico referente ufficiale per i dati del contagio, ha comunicato ieri pomeriggio (10 febbraio) un totale di 40.235 casi in Cina e 909 decessi. Fuori dal Paese sono certificati 319 casi in 24 Paesi, compresa l’Italia, con una sola persona deceduta. Il direttore generale dell’Organizzazione, ha commentato: «Il quadro complessivo  non è cambiato. Il 99% dei casi segnalati è in Cina e la maggior parte dei casi è lieve. Circa il 2% dei casi è fatale, il che ovviamente è ancora troppo».

Novità: oggi un team di esperti dell’Oms è arrivato in Cina, guidato dal dottor Bruce Aylward, per gettare le basi del più grande gruppo di ricercatori internazionale.

Tedros Adhanom Ghebreyesus ha poi sottolineato il fatto che si sta preparando una “capacità diagnostica” più ampia.

«Ora abbiamo identificato 168 laboratori in tutto il mondo con la tecnologia giusta per diagnosticare il Coronavirus. Abbiamo inviato kit in Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Gabon, Ghana, Iran, Kenya, Marocco, Nigeria, Tunisia, Uganda e Zambia. Molti di questi paesi hanno già iniziato a usarli. Un’altra spedizione di 150.000 test è in fase di assemblaggio a Berlino oggi ed è destinata a più di 80 laboratori in tutte le regioni».

Sui contagiati senza storia di viaggio in Cina, come i casi riportati in Francia ieri e nel Regno Unito oggi, il direttore ha espresso un avviso perentorio.

«La rilevazione di questo piccolo numero di casi potrebbe essere la scintilla che diventa un incendio più grande. Ma per ora, è solo una scintilla. Il nostro obiettivo rimane il contenimento del virus. Chiediamo a tutti i paesi di utilizzare la finestra di opportunità che abbiamo per prevenire un incendio più esteso».

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