smart city 2026

Città connesse e dotate di AI, A chi servono le Smart city

Le città più innovative attirano giovani, studenti e talenti, vero, anche e soprattutto il business, ma siamo sicuri che diventino anche sempre più semolici e belle da vivere? Forse, almeno da alcune evidenze di questa fase di sviluppo, no.

È un paradosso delle smart city, al momento: più investono in tecnologia e innovazione, più crescono le opportunità. Allo stesso tempo, però, aumentano anche le disuguaglianze. A dirlo, nero su bianco, è uno studio dell’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara e dell’Essex Business School, che ha analizzato 42 città italiane nell’arco di tredici anni.

I pregi e i danni su Milano, Bologna e Bergamo

In testa alla classifica delle città più “smart” ci sono Milano, Bologna e Bergamo. Sono anche quelle che riescono ad attrarre più giovani lavoratori e studenti internazionali. Fin qui tutto bene. Il problema è che l’innovazione, da sola, non basta. Se non è accompagnata da politiche che rendano le città accessibili, rischia di trasformarsi in un privilegio per pochi.

Lo spiega Filippo Marchesani, tra gli autori della ricerca: una città davvero intelligente non è quella che investe solo in tecnologia, ma quella che migliora la vita di chi ci abita.

Essere una smart city, infatti, non significa semplicemente digitalizzare i servizi. L’indice elaborato dai ricercatori tiene conto anche di sostenibilità, ricerca, open data, governance e partecipazione dei cittadini. In altre parole, la tecnologia è uno strumento, non il traguardo.

Più attività e persone, meno facilità di vita nelle smart city

Il punto è che quando una città diventa più attrattiva aumenta anche la competizione. Arrivano studenti, lavoratori, imprese e investimenti, ma lo spazio resta lo stesso, così come il numero di case e servizi disponibili. E chi ha meno risorse finisce inevitabilmente per restare indietro.

È un fenomeno già visto nelle grandi metropoli internazionali, da San Francisco a New York: il successo economico porta ricchezza, ma anche affitti alle stelle, espulsione del ceto medio e crescente polarizzazione sociale.

Casa e affitto restano un nodo anche nelle smart city

Anche in Italia il nodo principale è quello della casa. Negli ultimi quindici anni gli affitti sono cresciuti molto più velocemente dei redditi. Così molti giovani scelgono queste città per studiare o lavorare, ma fanno fatica a immaginare lì il proprio futuro. Restano il tempo necessario per costruirsi un curriculum e poi cercano altrove condizioni di vita più sostenibili.

Insomma, attrarre talenti è importante. Ma se una città diventa sempre più innovativa e sempre meno abitabile, il rischio è evidente: creare luoghi ricchi di opportunità, ma accessibili solo a chi può permettersele. La vera sfida non è costruire città più smart sulla carta, ma città che restino vivibili anche per chi le manda avanti ogni giorno.

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