Produrre un’automobile a impatto climatico zero entro il 2035. È questo l’obiettivo che Polestar si è posta con il Polestar Project 0, un’iniziativa che punta a ripensare l’intero ciclo di vita dell’auto, dalla produzione dei materiali fino all’assemblaggio finale, con l’ambizione di eliminare progressivamente le emissioni generate lungo tutta la filiera.
Un traguardo che il marchio svedese, per ora unico in Europa a proporre una gamma esclusivamente elettrica, non nasconde di essere ancora lontano dal raggiungere. La particolarità dell’approccio adottato da Polestar, risiede proprio nella volontà di rendere pubblico questo percorso, condividendo annualmente i dati relativi all’impatto climatico delle proprie vetture e trasformando la sostenibilità in un processo misurabile, piuttosto che in una semplice dichiarazione d’intenti.
Una visione che il brand ha voluto raccontare anche attraverso un documentario realizzato in collaborazione con Motor1, presentato presso la Polestar Space di Milano, in cui si ripercorrono le sfide, i risultati e gli obiettivi che accompagnano il costruttore svedese nel suo percorso verso una mobilità sempre più sostenibile.
Polestar “ci mette la faccia”
Alla base del progetto Polestar 0 ci sono quattro pilastri fondamentali: sostenibilità, processi produttivi, approvvigionamento energetico e trasparenza. Ed è proprio da quest’ultimo aspetto che il marchio svedese ha deciso di partire.
In un settore in cui termini come “auto pulita”, “a zero emissioni” o “mobilità sostenibile” vengono spesso utilizzati senza fornire dati verificabili, Polestar ha scelto di adottare un approccio diverso. Se da un lato l’Europa ha fissato obiettivi sempre più stringenti attraverso iniziative come Green Deal, Fit for 55 ed Euro 7, dall’altro nessuna normativa impone oggi ai costruttori di rendere pubblica l’impronta climatica complessiva delle proprie vetture lungo tutto il loro ciclo di vita.
È in questo spazio che si inserisce il lavoro del brand svedese, che pubblica annualmente i propri Life Cycle Assessment (LCA): documenti consultabili pubblicamente da chiunque direttamente sul sito di Polestar, che misurano le emissioni di CO₂ equivalente generate da ciascun modello, dall’estrazione delle materie prime fino all’uscita dalla fabbrica. Uno strumento che Polestar non considera un vantaggio competitivo da custodire, ma una base comune che auspica possa diventare uno standard per l’intero settore.
Un esempio concreto è rappresentato dalla Polestar 4. Progettata in Svezia e prodotta nello stabilimento di Hangzhou Bay, in Cina, il SUV elettrico registra un’impronta “cradle-to-gate” di 20,7 tonnellate di CO₂ equivalente nella configurazione Dual Motor. Un dato che evidenzia come anche la produzione di un’auto elettrica comporti un impatto ambientale significativo, ma che proprio grazie ai Life Cycle Assessment può essere misurato, analizzato e, nel tempo, progressivamente ridotto.
Materiali, filiera ed energia: gli altri pilastri del Polestar Project 0
Se la trasparenza rappresenta il punto di partenza del Progetto Polestar 0, gli altri tre pilastri riguardano tutto ciò che accade prima che un’auto arrivi nelle mani del cliente. La sostenibilità, per il marchio svedese, non viene affrontata a posteriori, ma fin dalle prime fasi di progettazione. Materiali e design vengono sviluppati insieme con l’obiettivo di individuare soluzioni a minore impatto ambientale, come dimostrano l’utilizzo di materiali innovativi a base biologica e la continua ricerca di alternative alle tradizionali componenti derivate dal petrolio.
Un approccio che porta anche a mettere in discussione alcune convinzioni diffuse. Ad esempio, per Polestar “vegano” non significa automaticamente “più sostenibile”: la valutazione dell’impatto ambientale passa infatti dall’intero ciclo di vita del materiale e dalla sua provenienza, non soltanto dalla sua composizione.
La stessa logica si applica alla catena di fornitura. Dall’alluminio riciclato ai minerali utilizzati nelle batterie, il costruttore punta a una tracciabilità sempre più estesa dei propri componenti, monitorando l’origine delle materie prime e il rispetto degli standard sociali e ambientali lungo tutta la filiera. Un lavoro che comprende anche l’aumento progressivo dei materiali riciclati all’interno delle batterie e che, secondo i dati pubblicati dal brand, ha contribuito a ridurre del 30,9% le emissioni per veicolo venduto rispetto al 2020.
Infine c’è il tema dell’energia. Per un’auto elettrica, infatti, la sostenibilità non dipende soltanto dal veicolo in sé, ma anche dalla fonte da cui proviene l’elettricità utilizzata per alimentarlo. Per questo Polestar sta sviluppando soluzioni capaci di favorire la ricarica nei momenti in cui la rete dispone di una maggiore quota di energia rinnovabile, mentre l’introduzione del Battery Passport permetterà in futuro di ricostruire la storia e la provenienza di ogni pacco batterie.
Un obiettivo ambizioso, da portare a termine senza scorciatoie
Produrre un’auto a impatto climatico zero entro il 2035 è probabilmente una delle sfide più complesse che un costruttore possa porsi oggi. Anche perché Polestar ha scelto di non percorrere alcune delle strade più battute del settore, come la compensazione delle emissioni attraverso crediti di carbonio o programmi di riforestazione, preferendo concentrarsi sulla riduzione diretta dell’impatto generato dai propri processi produttivi.
Un percorso che il brand svedese sa essere ancora lungo e che potrebbe richiedere più tempo del previsto. Ma è proprio questo, forse, l’aspetto più interessante del Progetto Polestar 0: non promettere risultati già raggiunti, bensì mostrare pubblicamente i progressi compiuti e le difficoltà ancora da affrontare.
Più che una campagna di comunicazione, Polestar propone quindi un metodo basato su dati misurabili, aggiornati e verificabili. Un approccio che richiede investimenti, comporta compromessi e non offre scorciatoie, ma che punta a costruire un percorso credibile verso una mobilità a minore impatto ambientale.
Riuscirà davvero ad arrivare a zero entro il 2035? Oggi nessuno può dirlo con certezza. Quello che è possibile fare, però, è continuare a osservare i numeri e valutare, anno dopo anno, se le promesse saranno accompagnate dai fatti.













