Da oggi, sopra l’Autostrada A7, non ci sono solo auto, camion e telecamere fisse. Ci sono anche occhi che volano. Milano Serravalle Milano Tangenziali ha avviato una sperimentazione di sei mesi con due droni pilotati da remoto, pensati per intercettare incidenti, code e ostacoli prima ancora che il traffico li faccia esplodere. Sulla carta, è un progresso difficile da criticare. Nella pratica, apre domande che meritano di essere fatte ad alta voce.
La teoria ufficiale: più occhi, meno rischi
I numeri raccontano una rete sotto pressione: circa 41 milioni di transiti nel 2025 e 18.000 eventi gestiti dal Centro di Controllo del Traffico nell’ultimo anno. In questo contesto, un drone che decolla in appena un centinaio di secondi e sorvola i tratti più critici — come la Barriera di Milano Ovest o il raccordo Bereguardo-Pavia, meno coperto dalle telecamere fisse — sembra la risposta logica a un problema concreto: arrivare prima, vedere meglio, intervenire più in fretta.
L’azienda stima un incremento del monitoraggio fino al 50%, un dato che, se confermato, si traduce in vite salvate e code più corte per chi guida ogni giorno su quella tratta. E il tempismo non è casuale: si parte proprio nel pieno dell’esodo estivo, quando ogni minuto guadagnato nella gestione di un incidente conta doppio.
La domanda che alcuni si fanno
Ma un drone che sorvola un’autostrada non guarda solo l’asfalto. Guarda anche chi ci sta sopra: targhe, volti dietro i finestrini, comportamenti di guida, magari anche il personale operativo che lavora lungo la carreggiata. La sperimentazione viene presentata come un tassello di un piano di digitalizzazione più ampio, che a breve si integrerà con una nuova piattaforma di gestione del traffico capace di incrociare dati su viabilità e anomalie infrastrutturali in modo automatico e predittivo.
Ecco il punto: più predittività significa più dati, e più dati raccolti dall’alto, in modo continuativo, su un’infrastruttura pubblica-privata, pongono la domanda di chi li possiede, per quanto tempo vengono conservati e chi può accedervi.
Il comunicato non lo dice. Non è un dettaglio tecnico da poco: la differenza tra “drone che segnala un incidente” e “drone che costruisce un profilo di traffico permanente” è enorme. Una differenza che determina se stiamo parlando di sicurezza stradale, come verosimilmente è, o di un’infrastruttura di sorveglianza più estesa, di potenziale elevato e, forse, a cui non è dato sapere chi abbia dato un mandato esplicito, per cosa e con quali paletti.
Chi ci guadagna
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma altrettanto concreto: quello economico. Un sistema di droni BVLOS, gestito da un Drone Control Center attivo 16 ore al giorno sette giorni su sette, con piloti certificati e una flotta destinata a raddoppiare dal 2027, non è un costo trascurabile.
Chi lo paga? Se la risposta passa (anche indirettamente) dai pedaggi, allora la domanda “sicurezza per tutti” va riformulata: sicurezza finanziata da tutti, i cui benefici operativi — meno tempi di intervento, migliore gestione degli eventi — ricadono in primo luogo sull’efficienza del concessionario, prima ancora che sull’automobilista fermo in coda. Questo non rende il progetto illegittimo. Ma rende ingenuo leggerlo solo come un gesto altruistico verso l’utenza.
Due letture
Non è un caso che iniziative come questa vengano comunicate quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della sicurezza — un frame che disinnesca quasi ogni obiezione in partenza. Chi potrebbe essere contro la sicurezza? Eppure la stessa tecnologia, con le stesse specifiche tecniche, potrebbe essere descritta come “avvio di un sistema di monitoraggio aereo continuativo su un’infrastruttura ad alto traffico” — una frase molto più neutra, che però solleva molte più domande.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo: i droni possono davvero ridurre i tempi di soccorso e prevenire incidenti a catena, un beneficio reale per chi viaggia. Ma un’infrastruttura di monitoraggio che si espande, si integra con piattaforme predittive e non pubblica linee guida chiare su dati, privacy e retention non dovrebbe ottenere fiducia automatica solo perché si presenta come “sicurezza”.
La trasparenza (di cui in caso daremo notizia) restituirebbe credibilità superiore a un progetto che, nel merito tecnico, ha tutte le carte in regola per essere davvero utile.












